Da Lampedusa a Milano, fratelli nell’accoglienza

Il parroco di Lampedusa in visita al Refettorio Ambrosiano

«Quando sono arrivato a Lampedusa, la prima cosa che ho visto sono stati i cadaveri dei morti in mare che attendevano di essere tumulati nel cimitero dell’isola. Quella è stata la prova più terribile, qualcosa che si è fissata in me e che non ha termini di paragone. Fortunatamente però proprio da Lampedusa è nata anche un filiera di accoglienza che dalla nostra isola, sperduta in mezzo al mare, arriva fino a qui. E se oggi sono a Milano è proprio per rinnovare la mia gratitudine per tutto quello che la Chiesa di questa grande diocesi sta facendo».

Lo ha detto don Mimmo Zambito in visita al Refettorio Ambrosanio. Il sacerdote è diventato parroco di Lampedusa nel 2013, pochi giorni dopo quel fatidico 3 ottobre in cui a poche miglia dal porto dell’isola avvenne l’affondamento di un’imbarcazione libica con a bordo centinaia di migranti. I morti accertati furono 366, 20 i dispersi: numeri che fanno dell’incidente una della più gravi tragedie marittime della storia recente del Mediterraneo.

Prima di entrare nelle mensa solidale gestita da Caritas Ambrosiana don Mimmo si è fermato sotto la Porta dell’Accoglienza, opera gemella di quella realizzata dal medesimo artista, Mimmo Paladino, posta in cima ad una collina affacciata sul mare, in località Cavallo Bianco, per rendere omaggio ai morti nella traversata.

«Queste due porte, quella siciliana e questa milanese, uniscono simbolicamente l’Italia da Nord a Sud, sotto il segno dell’accoglienza, un valore di cui troppo spesso ci dimentichiamo di andare orgogliosi», ha detto il direttore di Caritas Ambrosiana, Luciano Gualzetti.

Ogni sera i volontari del Refettorio Ambrosiano servono la cena a 90 ospiti. Tra loro una buona parte sono migranti, alcuni giunti a Milano proprio dopo essere approdati sulle coste lampedusane, siciliane o calabresi.